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La certezza della ragione

"Finché le leggi della matematica si riferiscono alla realtà, non sono certe, e finché sono certe, non si riferiscono alla realtà." Einstein [1]

Bisogno di certezze. Ne abbiamo tutti, soprattutto quando abbiamo la responsabilità di una scelta importante, sia essa per il lavoro o per le persone che amiamo.
Quante volte ci chiediamo cosa sia giusto fare? Io me lo chiedo tante volte.
Quali elementi entrano in gioco nel guidarci verso una scelta piuttosto che verso un’altra?
Se ci affidiamo a delle regole prestabilite, il rischio è di fare una cosa teoricamente giusta, ma, nel concreto, sbagliata. Come ha scritto Einstein, se ci si riferisce alla realtà, neppure la matematica può essere certa.
Ciò che è certo, sembra un ovvio gioco di parole, dà certezze. Cosa c’è di più certo di ciò che si può contare? Un detto dice "la matematica non è un’opinione". Eppure, Einstein ci dice che la matematica è certa fino a che non si confronta con la realtà. Per tradurla in altre parole: due mele più due mele, in matematica, fa quattro mele. Ma se, concretamente, da una parte della bilancia metto due mele e ne aggiungo altre due, non peseranno mai esattamente come quattro mele messe sull’altro piatto della bilancia. Il numero nasce legato al baratto, ma, come oggi, anche allora intervenivano molti "dipende" nella valutazione dello scambio di beni: la qualità, la disponibilità di mercato, ecc.
In educazione, come in matematica, occorre avere delle certezze che dobbiamo essere pronti ad utilizzare con flessibilità. È l’unica strada per mantenerci aderenti alla realtà, costruendo secondo un progetto. Dicevamo che ciò che è certo dà certezze. I bambini, come noi, hanno bisogno di certezze. Perché le certezze danno serenità.
Anche qui faccio un esempio concreto: non è giusto che un bambino risponda male al proprio genitore. Non fa bene al genitore, e non fa bene neppure al bambino. Un gesto di mancanza di rispetto fa star male tutte le parti coinvolte. Cosa fare? Di solito serve dire che non sia fa e chiedere al bambino di rifare, a mo’ di scenetta di teatro, nel modo corretto. Ci sono invece situazioni in cui la "correzione", il dire che una certa cosa è sbagliata, non dà nessun risultato, ottenendo addirittura l’effetto opposto. Perché?
Perché un peso determinante lo ha lo stato emotivo di chi agisce e di chi subisce il gesto scorretto, come anche di chi dà e di chi riceve la correzione.
La correzione aiuta il bambino ad avere delle certezze rispetto a cosa è giusto e cosa è sbagliato fare. Al tempo stesso abbiamo tutti bisogno di sapere con certezza che siamo amati. Il difficile è riuscire a far convivere contemporaneamente questi due aspetti: correggere, o meglio indicare quale sarebbe la cosa corretta da fare ( e non sottolineare l’errore fatto!), manifestando stima per la persona.
Abbiamo tutti bisogno di sentire che "andiamo bene", che "siamo adeguati", che "non sbagliamo". Di solito, mettiamo queste tre considerazioni tutte sullo stesso piano. In realtà possiamo andare bene, essere adeguati, eppure sbagliare. L’abbinamento "ho sbagliato" quindi "non vado bene", "sono inadeguato" ci porta ad agire guidati da bisogni emotivi che hanno le loro radici nella nostra infanzia. Quante volte ci siamo sentiti dire da bambini "se fai così la mamma non ti vuole più bene", oppure "fai felice la mamma, fai così", o ancora "se non fai questo, stasera lo senti papà….". Il nome tecnico per questo genere di comportamento è "ricatto emotivo". Una delle conseguenze è che la possibilità di sbagliare ci fa paura.
Al contrario, quanto fa bene all’anima sentire, sperimentare, che ci vogliono bene anche mentre stiamo sbagliando! Il gesto continua a restare sbagliato, ma il modo di dirlo, racconta che siccome tu vai bene, io so che tu puoi anche agire in modo diverso, migliore…
Se abbiamo paura di non valere più, la strada migliore è negare l’errore: c’è sempre una giustificazione possibile. Ogni realtà può essere guardata da punti di vista diversi. Tra questi ce n’è sempre uno che "ci salva". Probabilmente è il motivo stesso per il quale abbiamo agito in quel determinato modo.
La paura a riconoscere l’errore, lo sbaglio, conduce a difendere le persone che amiamo anche quando non hanno bisogno di essere difese.
Quell’atteggiamento "adorante" che i figli piccoli hanno nei confronti dei genitori (che un tempo gli adulti continuavano a provare nei confronti di una persona anziana e saggia, tipo villaggio indiano e grande capo), rischia di essere schiacciato ed annullato dall’adorazione dei genitori nei confronti dei figli. Un genitore che adora un figlio è un genitore che si dà come obiettivo primario di soddisfare i bisogni del figlio perché il figlio possa essere FELICE, è un genitore che non può vedere l’errore del figlio, e quindi non lo può aiutare a correggersi, perché non ha vissuto su di sé la separazione tra peccato e peccatore. In una situazione come questa il genitore non riesce ad agire con libertà di scelta: è obbligato a difendere il figlio. Tutti sbagliano, tutti devono cambiare, perché il figlio è colui che ha ragione.
Se i genitori adorano i figli si rischia che i figli non scoprano l’adorare i genitori. L’adorare è una forma di espressione dell’amore. Da sola non racconta di un amore maturo. L’amore che si prova per i genitori in età adulta non è lo stesso che si prova da bambini. Per arrivare a quel tipo di amore occorre essere passati attraverso la contestazione. La domanda che mi pongo è: se i bambini non hanno provato il sentimento di adorazione nei confronti dei genitori, perché "rubato" dai propri genitori che si sono posti in ammirazione/adorazione dei figli, da adolescenti verso chi si rivolteranno? Il bisogno di "farsi da sé", di trovare la propria strada che passa attraverso la negazione e la contestazione delle certezze consegnate dai genitori, quali spazi può avere?
Le certezze sulle quali radichiamo noi stessi e la nostra vita sono raramente delle certezze razionali, che ci vengono dalle conoscenze. Sono delle certezze emotive. Anzi! Sono le emozioni che alimentano, sostengono, rinvigoriscono la ragione. Tanto è vero che troviamo solo ciò che cerchiamo, e possiamo cercare solo qualcosa che ancora non c’è. Chi, cosa ci dà la forza di cercare l’inesistente? Un atto di fede. Le scoperte scientifiche si sono basate tutte su atti di fede, su credere a volte proprio in qualcosa di contrario a ciò che tutti ritenevano vero e possibile. I nostri figli hanno bisogno di questo: di qualcuno che creda così tanto in loro da avere la forza di lottare, giorno dopo giorno, per il cambiamento.
Concludo con due citazioni di Einstein, che credo esprimano la certezza del bisogno delle emozioni e della loro forza generatrice.
"Come si può mettere la Nona Sinfonia di Beethoven in un diagramma cartesiano? Ci sono delle realtà che non sono quantificabili. L’universo non è i miei numeri: è pervaso tutto dal mistero. Chi non ha il senso del mistero è un uomo mezzo morto." [2]

"Esiste una passione per la comprensione proprio come esiste una passione per la musica; è una passione molto comune nei bambini, ma che poi la maggior parte degli adulti perde. Senza di essa non ci sarebbero né la matematica né le altre scienze." [3]

Note

[1A, Einstein, citato da Dover, Sidelights on Relativity, p. 12. Fonte: Wikiquote, aforismi e citazioni in libertà.

[2citato da Mario Canciani, Vita da prete, Mondadori 1991, p. 94 Fonte: Wikiquote, aforismi e citazioni in libertà.

[3dall’articolo scritto per «Scientific American» nel 1950, tradotto in Italia nel 1979 da «Le Scienze», n.° 129