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Il Giardino delle Memorie

Amalia è un’ospite della Casa di Riposo del mio Comune di residenza, ha 80 anni e stancamente e dolorosamente vive le sue giornate, tutte uguali, spartendosi fra la sua camera e gli altri luoghi di ritrovo comuni.
La sua vita è stata percorsa da tante sofferenze: la vita in comune con una suocera tirannica, cattiva e offensiva, il suocero burbero, un marito tornato dalla guerra malato e invalido, due gemelli belli e sani, da allevare però, nelle più misere ristrettezze, una campagna (quella del suocero) che per essere coltivata necessitava di energie maschili mentre le sue erano quelle di una donna perennemente affamata e preoccupata di dividersi fra le mansioni in casa e sui campi.
Arrivata alla vecchiaia, finalmente un po’ di sollievo le veniva concesso dalle condizioni economiche migliori, dai figli ormai grandi (suoceri e marito se li era portati via il Tempo), dalla sua casa che adorava, dal suo giardino nel quale, come in un Eden, crescevano fiori rigogliosi che suscitavano l’ammirazione di tutti i paesani.
Ogni seme che piantava, ogni bastone che conficcava nel terreno, lei dice, germogliava e dava fiori e frutti; l’impegno di abbellire la chiesa era un suo privilegio e vasi di gladioli, gigli, rose, calle e garofani facevano bella mostra sull’altare maggiore.
Un bel giorno però, il figlio si sposa, e la nuora, insediatasi nella casa della suocera fa capire che lei è di troppo…
Amalia capisce che deve lasciare spazio alla nuova famiglia e farsi da parte, però - "E’ il modo… che mi ha offeso"! - lei mi dice, con un singulto.
Mi fa sentire il suo respiro, che, da quando ha lasciato la sua casa, non le dà pace e mi invita ad osservare come ci sia un grosso blocco a livello del petto; questo senso di soffocamento non l’abbandona mai e di notte la spaventa molto.
Tuttavia, la sua natura sanguigna ed energica, a volte la fa reagire, non sempre però, ma quando si sente in forze mi racconta delle sue vicissitudini presenti e passate con un tale linguaggio pittoresco e un tale umorismo che fa ridere tutte le compagne presenti.
Anche lei ride della sua dabbenaggine, ma al contrario, i suoi racconti rivelano una mente sveglia, intelligente, furba e combattiva (è sempre in lotta con le suore del pensionato che la bistrattano).
Ultimamente ho trovato un canale espressivo confacente ai suoi bisogni: il disegno; da questa scoperta ha inizio l’incontro che descrivo qui di seguito.

Mercoledì 21 maggio 2008, ore 9,30

Arrivo nella stanza in cui ci ritroviamo per fare musica, Amalia mi ferma subito dicendomi che è spossata per aver fatto troppi disegni (circa un’ottantina), ha quasi nausea per lo sfinimento, anche di notte sente il bisogno di disegnare.
Durante l’ultima notte ha chiamato l’infermiere perché si sentiva senza fiato, e il responso è: troppe emozioni nel giro di qualche giorno!
Io le dico di riposarsi e lasciar stare il disegno per un po’ al fine di riprendersi.
Detto questo mi contraddico subito tirando fuori dalla mia borsa, molto simile a quella di Mary Poppins, una discreta quantità di splendide salviette da decoupage per regalargliele; Amalia infatti mi aveva chiesto del materiale pittorico da copiare per paura di “sbagliare” le proporzioni degli animali, oppure per migliorare la forma di un fiore ecc.
Tutte guardano affascinate i disegni delle salviette e iniziano a ricordare i vecchi tempi: c’è chi aveva quel fiore in giardino, chi aveva quella verdura nell’orto, chi quegli animali nel cortile o nei fossati.
Ora, dopo averle dato il materiale figurativo per ispirarsi, le offro una borsa piena di cartoncini bianchi e grigi smessi dalle confezioni delle camicie che una mia amica prontamente mi procura dal suo luogo di lavoro.
Amalia è contenta perché finalmente può disegnare anche con il bianco, infatti i cartoncini grigi fanno risaltare molto bene tale colore.
Poi mi mostra un borsone strapieno di matite colorate: le segretarie hanno svuotato i cassetti delle scrivanie dei loro figli, cassetti in cui giacevano, evidentemente, stratificazioni di pastelli.
Hanno un’unica pecca: sono tutti mezzi “rosicchiati”, come dice Amalia, e abbisognano di temperino e olio di gomito, anzi, di dito.
Le sue dita, a furia di temperare, hanno le vesciche e implorano una pausa di riflessione, nel frattempo lei riordina e raggruppa con cura le matite restaurate: ne ha fatti non so quanti mazzi!
Da una parte tiene il disegno che mi doveva regalare, su mia richiesta, la volta scorsa; la notizia della sua creatività si è sparsa a macchia d’olio su tutto il “territorio pensionistico” e una miriade di richieste di disegni le sono state inoltrate da parte delle ospiti, della parrucchiera, delle cuoche, delle segretarie, delle signore delle pulizie. Una trentina di richieste sono già state soddisfatte: tutti hanno un particolare disegno che li attira più degli altri.
I suoi soggetti preferiti sono i fiori del suo giardino, tanti fiori, di tutti colori e di tutte le forme; gli insetti che ronzano attorno alle delicate corolle sono descritti nei minimi particolari: coccinelle, farfalle, libellule, api, “gravaloni” (mosconi).
Roberta, addetta alle pulizie, mi racconta, ridendo, che per i suoi vent’anni di matrimonio Amalia le ha regalato un disegno floreale con due coccinelle una sopra l’altra…per un anniversario di matrimonio, deduce Roberta, le coccinelle in una posizione così inequivocabile possono andare bene.
Finché Amalia parla, e parla tanto, come un torrente in piena, mi premuro di dare a Giulia un glockespiele da suonare, perché non sopporta le chiacchiere della sua vicina, lei è così silenziosa e desiderosa solo di “ritrovarsi” nei suoni.
In un momento in cui Amalia prende fiato approfitto per intonare un canto, di quelli che a loro piacciono molto, di quelli che parlano dei vecchi tempi, degli amori nelle campagne, dei mariti e dei fidanzati in guerra; ad un tratto, come una silfide, entra danzando Alessandra, addetta alle pulizie, è ancora giovane e speranzosa, e con un giro di valzer attorno alla sua scopa, accenna ad una piroetta cantando con una voce forte ed estremamente intonata.
Lei ha il potere di rivitalizzarle, le mie donne, ma subito scappa come Cenerentola per paura del licenziamento.
Cantiamo ancora, io alla “pianola” (vecchio rudere ritrovato nella cappella adibita alle funzioni sacre) e loro con percussioni e altri strumenti ritmici; arriva ora Alexandra, altra figura del personale, addetta all’assistenza degli anziani.
Di lei non so nulla, neanche il nome, porta il tè alle anziane e, mentre si consuma il consueto rito delle 10, io, quasi per sbaglio, suono l’incipit della “Marsigliese”. Miracolo! Alexandra, mentre mesce il tè canta in francese tutto l’inno (io so solo l’inizio): la guardo sbalordita e le chiedo motivo di tale erudizione.
Lei (di cui non sapevo il nome fino a qualche momento prima) mi dice che viene dalla Moldavia, è laureata e insegnava francese nelle scuole, nel suo paese non prendeva più lo stipendio e quindi si era rassegnata a venire da noi per sopravvivere.
Io la guardo con grande ammirazione e tutte le ospiti sono a bocca aperta, e non solo per via del tè bollente; ne approfitto dunque per intonare altri canti popolari francesi e lei li porge al “suo” pubblico con una tale grazia che rimaniamo tutte incantate.
Io poi suono il più famoso canto popolare russo: “Pad-mascovnie vecera” che è l’equivalente del nostro “O sole mio”; lei me lo canta in russo con una voce così soave che ci commuove.
Dal corridoio la chiamano di sbrigarsi perché altri avventori aspettano di essere serviti.

Amalia nel frattempo ha sfogato tutto il suo impeto, con il tamburo in mano batte il tempo dei vari canti, e si arrabbia perché le altre donne non “sentono” il tempo, non hanno “orecchio”; durante una pausa mi confessa che il disegno le ha tolto dal cuore quel gran dolore provocato dalla lontananza forzata dalla sua casa, si sente meglio ora, ha più forze, perfino i suoi figli le vogliono quasi più bene perché la vedono contenta e non brontola più.
Durante l’incontro precedente, in occasione della festa della mamma, avevo chiesto a tutte di disegnare due cuori, di scriverci dentro i nomi dei loro genitori e di parlarmi brevemente di loro: Amalia aveva disegnato due cuori che alla base si congiungevano teneramente, dentro c’erano i nomi dei genitori e tutt’intorno fiori e colori, questo è stato l’inizio e la scoperta della sua passione per il disegno; io credo che, forse, questa ispirazione è stata un’intercessione di papà e mamma per alleviarle le sue sofferenze terrene, e, nonostante che il luogo dovrebbe essere di pace e di riposo, in realtà esso nasconde tante piccole (a volte grandi) ingiustizie.
Quando la figlia ha visto il disegno dei cuori si è commossa e ha chiesto alla mamma il permesso di portarselo a casa per appenderlo alla parete e per farlo vedere ai nipoti.
Alla fine dell’incontro avverto le mie signore che termineremo gli incontri a fine maggio per la pausa estiva: loro mi guardano ammutolite e con un filo di voce mi chiedono spiegazioni; io, sbalordita della loro reazione, ricordo che, per gli anni passati, terminavamo a maggio per stanchezza loro, non per stanchezza mia!
Di comune accordo decidiamo di non fissare una data precisa di chiusura ma, in base alle loro forze e al caldo, se mai quest’anno verrà, termineremo quando saranno stanche.